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Storia e splendori di un territorio in pieno sviluppo

Ove ci limitassimo a seguire l'etimo, vastese starebbe per luogo incolto, deserto, e tale dovette apparire a chi restava dopo le scorrerie di longobardi prima e saraceni e ungheri poi che avevano distrutto città e monasteri, tanto che il conte di Chieti Trasmondo si vide costretto ad assegnare nel 917 la metà delle cospicue rendite del porto di Ortona al monastero di S. Stefano in Rivo Maris, che aveva interessi in tutti i territori posti tra il tratturo e il mare perché fosse ricostruito e potesse, con le comunità agricole che vi dipendevano, rifiorire.

Ben diversa doveva apparire la situazione nei secoli successivi quando il marchese del Vasto aveva già provveduto a ripopolare di schiavoni le vecchie curtis ecclesiastiche come il S. Pietro ad Aram di Monteodorisio o i demani laici dando origine a Villalfonsina e Cupello, ed erano in pieno sviluppo gli scambi con l'altra sponda dell'Adriatico che smerciava i ricercati prodotti locali, soprattutto vino, olio e frumento, con l'intermediazione di mercanti fiorentini, veneti o genovesi come quel messer Domenico Niggio venditore nel XVI sec. di vini locali a Corfù.

Che si trattasse di un territorio in pieno sviluppo, e quindi tutt'altro che vastese, è provato dal fatto che i veneziani tentassero di impiantare sul posto, con scarso successo, tuttavia, per la scadente qualità della sabbie quarzifere, la produzione del vetro e che nel 1577 il domenicano Razzi, spingendosi fino a Lentella e Fresagrandinaria, da acuto osservatore qual era, avesse ad annotare l'impressione popolare ormai proverbiale secondo cui questo fosse "un paese di cuccagna ove sempre si beve e si magna".
 
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